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Tra i morti Manuel Scorza il «cantore» degli indios

Giuseppe Bellini



Nell'incidente di Madrid è morto il romanziere e poeta peruviano Manuel Scorza, 55 anni, considerato uno dei più importanti scrittori latino-americani. In Italia, da più di dieci anni, i suoi libri sono stati pubblicati dalla Feltrinelli. Inge Schoental Feltrinelli, presidente della casa editrice, aspettava Scorza in Italia per gennaio.

Ecco, qui di seguito, un ritratto dello scrittore che abbiamo chiesto ieri sera a Giuseppe Bellini, critico della letteratura ispano-americana.





La scomparsa di Manuel Scorza nell'incidente aereo di questa mattina a Madrid, quando l'aereo dell'«Avianca» era in fase di atterraggio sull'aeroporto di Barajas, è senza dubbio una perdita molto sensibile anche per le lettere ispano-americane. Peruviano, era nato a Lima nel 1929 e aveva iniziato la sua attività creativa come poeta, per passare poi alla narrativa. E' in questo genere che negli anni recenti si affermò, godendo di crescente fama internazionale, soprattutto da quando la novità rappresentata nell'ambito del romanzo americano da Mario Vargas Llosa e da Gabriel García Márquez si era alquanto attenuata.

Nel 1970, con la pubblicazione del romanzo Rulli di tamburo per Rancas, Scorza aveva saputo dar voce a una narrativa di aperta denuncia della sitiazione indigena peruviana, facendo presa su una realtà trasformata costantemente dalla fantasia, da una fabulazione che, se in parte richiamava il primo José María Arguedas, quello di Yawar-Fiesta, per intenderci, e dei Fiumi profondi, era evidente che faceva tesoro dell'insegnamento dello scrittore americano in quel momento più in auge, ossia di García Márquez. Ma poi, nella costruzione del suo vasto mural, costituito da Garabombo l'invisibile (1972), Il cavaliere insonne (1975), Il cantare di Agapito Robles (1976) e da La tomba del lampo (1979) il suo modo di scrivere si era fatto più personale, fino a divenire inconfondibile da letture e modelli.

Benché ognuna delle opere citate abbia una sua autonomia, tutte si svolgono essenzialmente intorno a un tema che stava a cuore allo scrittore, di segno chiaramente impegnato con la realtà non solo del suo paese, ma dell'America Latina: le lotte dei contadini, qui quelli delle Ande Centrali, ancora sommersi in una arretratezza che li riduceva più simii a bestie che a uomini, un anacronistico medioevo che sembrava destinato a perpetuarsi nel tempo. Situazione già sottolineata duramente dal romanzo indianista, che proprio nel Perù, dove la presenza india è altissima, aveva avuto le sue maggiori espressioni. Ma Scorza non tornava ai vecchi moduli del romanzo di protesta di Ciro Alegría, o ai mascheroni tragici che aveva diffuso, soprattutto in Huasipungo, l'ecuadoriano Jorge Icaza, dominatore incontrastato della corrente narrativa per decenni.

Ogni libro è presentato, infatti, come una ballata o «cantare», e l'insieme delle opere sopra richiamate assume l'aspetto, e il significato, di un grande poema epico, affresco grandiosamente tragico della condizione derelitta dell'uomo, sul quale infierisce ostinatamente il detentore del privilegio, del potere, con il sopruso.

Ricorrendo a trasparenti richiami alla struttura epica, Scorza si vale nei suoi romanzi di una serie di implicazioni temporali che, pur su un centrale filo cronologico, creano un confuso tempo contorto, di estrema suggestione, nella riuscita coesistenza di presente e di passato. Sullo sfondo, personaggi di segno difficilmente cancellabile: don Raimundo Herrera, il «cavaliere insonne», incarnazione del mito, testimone del tempo e del sopruso, ma anche animatore di opposizione instancabile all'arbitrio; Agapito Robles, irriducibile oppositore del prepotente Dottor Montenegro; una donna irresistibile, la Maca, anch'essa votata alla lotta contro il prepotere, uno dei pochi personaggi femminili di rilievo della narrativa ispanoamericana contemporanea: una sorta di bellezza distruttrice, un personaggio di durissima volontà, che si avvale della propria avvenenza per perdere i latifondisti pazzi di lei, affogandoli nel ridicolo di deliranti e sempre frustrate avventure erotiche, per le quali consumano senza freno le loro ricchezze; l'avvocato Ledesmo, difensore strenuo dei dirtti calpestati... Ne La tomba del lampo tutti gli elementi dei romanzi precedenti, tutti i personaggi si fondono, come a dar voce a un canto finale teso a fissare, tra mito e storia reale, una non tramontata vicenda umana di segno infelice, nella quale si inserisce direttamente, alla fine, anche l'autore, con nome e cognome, a dimostrare come egli abbia vissuto gli avvenimenti narrati.

Nel 1983 Manuel Scorza sembrava aver dato l'addio ai temi accennati. Pubblicava infatti La danza immobile, romanzo nel quale il tema diveniva ancora una volta scottante, tesamente ideologico, ma anche di grande umanità. Anzitutto la novità stava nell'impostazione del libro. Nelle pagine di La danza immobile assistiamo al farsi di un romanzo, che protebbe essere anche variamente diverso, ma che alla fine è quello, naturalmente, che il lettore si trova davanti. Affascinante proprio per queste molteplici valenze, ma anche per la critica della società intellettuale e per la soluzione inaspettata e duplice del problema della partecipazione alla lotta per la liberazione del mondo americano. Ma in più c'è qui una magica e sempre attraente Parigi, che si fonde con un'evocata realtà naturale patria, di molta suggestione.





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